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Hacker

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Un hacker, in informatica, è una persona esperta di sistemi informatici in grado di introdursi in reti informatiche protette e in generale di acquisire un’approfondita conoscenza del sistema sul quale interviene, per poi essere in grado di accedervi o adattarlo alle proprie esigenze. Il termine hacker, nel gergo informatico, è spesso connotato da un’accezione negativa, in quanto nell’immaginario collettivo identifica un soggetto dedito a operazioni e comportamenti illeciti o illegali. Tipicamente si tratta di un informatico con una vasta cultura informaticache copre sia gli aspetti sistemistici che quelli programmativi.

Egli può svolgere, dal punto di vista professionale, una serie di attività pienamente lecite e utili: i sistemi informatici sono infatti sottoposti a specifici e costanti test al fine di valutarne e comprovarne sicurezza e affidabilità. L’attività di hacking assume rilievo anche poiché di frequente le informazioni tecniche e le potenzialità di un sistema non sono interamente rese note dal produttore, o addirittura in certi casi volutamente protette (per motivi industriali, commerciali o per tutelarne sicurezza e affidabilità). L’hacker agisce quindi nella ricerca di potenziali falle, per

aumentare la propria competenza, rendere più sicuro un sistema o violarlo (si veda, più propriamente, cracker).

Il New Hacker Dictionary, compendio online dove sono raccolti i termini gergali dei programmatori, elenca ufficialmente nove diverse connotazioni per la parola “hack” e un numero analogo per “hacker”. Eppure la stessa pubblicazione include un saggio d’accompagnamento in cui si cita Phil Agre, un hacker del Massachusetts Institute of Technology (MIT) che mette in guardia i lettori a non farsi fuorviare dall’apparente flessibilità del termine. “Hack ha solo un significato” – sostiene Agre – “Quello estremamente sottile e profondo di qualcosa che rifiuta ulteriori spiegazioni.”

A prescindere dall’ampiezza della definizione, la maggioranza degli odierni hacker ne fa risalire l’etimologia al MIT, dove il termine fece la sua comparsa nel gergo studentesco all’inizio degli anni cinquanta. Secondo una pubblicazione diffusa nel 1990 dal MIT Museum, a documentare il fenomeno dell’hacking, per quanti frequentavano l’istituto in quegli anni il termine “hack” veniva usato con un significato analogo a quello dell’odierno “goof” (scemenza, goliardata). Stendere una vecchia carcassa fuori dalla finestra del dormitorio veniva considerato un “hack”, ma altre azioni più pesanti o dolose – ad esempio, tirare delle uova contro le finestre del dormitorio rivale, oppure deturpare una statua nel campus – superavano quei limiti. Era implicito nella definizione di “hack” lo spirito di un divertimento creativo e innocuo.

È a tale spirito che s’ispirava il gerundio del termine: “hacking”. Uno studente degli anni cinquanta che trascorreva gran parte del pomeriggio chiacchierando al telefono o smontando una radio, poteva descrivere quelle attività come “hacking”. Di nuovo, l’equivalente moderno per indicare le stesse attività potrebbe essere la forma verbale derivata da “goof” – “goofing” o “goofing off” (prendere in giro qualcuno, divertirsi).

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